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martedì 8 settembre 2015

#Immigrazione, tra bieco business e veri uomini di buona volontà, tra strategie internazionali e rinascita dei movimenti populisti – parte seconda

Se nella prima parte vi ho dato alcune dritte giuridiche che vi permettono di capire meglio come viene gestita e regolata l’immigrazione in Italia e in Europa, in questa seconda parte ho deciso apertamente di buttarvi nell’arena. Vi mostrerò varie posizioni e molto materiale, il mio obiettivo è fare in modo che non siate dei lettori passivi, che vi interroghiate su quanto sta accadendo e che cerchiate di informarvi con uno sguardo critico e non ingenuo.

Lo scacchiere internazionale, quando i “grandi” giocano con la vita dei piccoli, ovvero tutti noi

So che sembra noioso, ma un breve punto delle vicende storiche attuali è necessario per inquadrare quanto sta avvenendo sulle nostre coste ed in Europa.
In questo momento si parla di profughi siriani in fuga dalle violenze dell’Isis e della guerra civile contro Assad, il medio oriente attuale appare come un’area fortemente destabilizzata a causa anche di errori commessi nel recente passato dalle nazioni occidentali. Erano i primi anni Novanta, io non ero ancora diciottenne e Bush padre aveva vinto la guerra in Iraq contro Saddam Hussein ma fece in modo che rimanesse al potere, se lo avesse deposto avrebbe creato una situazione che avrebbe rischiato di incendiare l’intero medio oriente. La deposizione avvenne invece per mano di Bush figlio, durante la seconda guerra del Golfo.

Nell’ottobre del 2001 gli Stati Uniti ed il Regno Unito, a seguito dell’attentato alle torri gemelle, dichiaravano guerra all’Afghanistan, allo scopo di combattere l’organizzazione terroristica Al Quaida guidata da Osama Bin Laden, nel 2003 veniva aperto anche il fronte iracheno allo scopo di liberarsi di Saddam Hussein. Tuttavia l’abbattimento del regime iracheno e di quello talebano non saranno garanzia della fine delle ostilità, anzi, come se si fosse scoperchiato un vaso di pandora, per questi territori inizierà il tempo della guerriglia, che in Iraq porterà successivamente alla guerra civile, fino all’attuale parziale invasione da parte dell’Isis.

Nel frattempo, nel 2010 e nel 2011 in Siria, Libia, Egitto, Tunisia, Yemen, Algeria, Bahrein, Giordania, Gibuti, ma anche in Marocco, Kuwait, Somalia, Sudan, Oman e Arabia saudita scoppiavano le primavere arabe, ribellioni spontanee caratterizzate da una grande partecipazione giovanile e da grandi manifestazioni di piazza. Accolte e descritte dal mondo occidentale come il vento della democrazia che spirava sul medio oriente, benedette da Obama, hanno purtroppo finito per impantanarsi in lotte di potere. Attualmente solo in Tunisia sembra che la primavera araba abbia traghetto il regime retto da Ben Alì verso una democrazia;  Libia e Siria sono invece cadute nella spirale della guerra civile che ha spalancato le porte al califfato islamico. Il presidente francese Sarkosy facilitando la deposizione di Gheddaffi con l’operazione militare attuata nel 2011 ha cancellato lo stato libico che di fatto non esiste più, smembrandolo in due fazioni opposte e consegnando la zona di Sirte e quindi della Cirenaica agli islamisti fedeli all’Isis. Per quanto riguarda l’Egitto, dopo la deposizione di Mubarak, è passato dal fratello musulmano Morsi al generale Al Sisi grazie al quale i militari con scaltrezza hanno ora conquistato il potere.

Questo a grandi linee la scacchiera internazionale, dove i grandi giocatori: Arabia Saudita, Iran, Stati Uniti, Russia, Cina, Turchia, Qatar, Gran Bretagna, Francia e Germania si apprestano a compiere le loro mosse. Per ora con la storiella dell’esportazione della democrazia caldeggiata da USA, Gran Bretagna e Francia, chi ci ha rimesso è stato solo uno, il popolo, per dirla alla Barnaba Cecchini, il fantastico “autobussiere” interpretato da Celentano in Innamorato Pazzo, le piccole persone travolte dalla Storia scritta dalle mosse dei grandi giocatori.

È infatti in atto una nuova riorganizzazione dello spazio mondiale, dove secondo lo storico Aldo Giannuli gli USA starebbero attuando una politica che ricorda il periodo Giulio – Claudio dell’Impero Romano, mentre l’Iran perseguirebbe il sogno di un califfato sciita in grado di annettersi le province sciiite di Afghanistan, Iraq e Pachistan ed in grado di opporsi al califfato sunnita del nuovo antieroe Al – Baghdadi.

Dopo l’uccisione di Osama Bin Laden, ora il ruolo di antagonista sulla scena mondiale spetta ad Abu Bakr Al- Baghdadi, il califfo nero, il capo dell’Isis. (L’isis spiegato – buon articolo del post internazionale con molto materiale).

La Siria e l’Iraq bruciano ma il mondo si divide sui profughi

L’ondata dei profughi causata dalla destabilizzazione del medio oriente ha diviso e continua a dividere non solo l’opinione pubblica europea, ma anche quella mondiale.

Il fronte dei Paesi contrari vede in prima linea il premier ungherese Orban, seguito dalla Slovenia, dalla Slovacchia (che ha apertamente dichiarato che accoglierà solo profughi cristiani), dalla repubblica Ceca, dalla Polonia, dalla Lettonia, dalla Estonia e dalla Lituania.

Sarebbe un errore liquidare il suo pensiero e non dargli alcun peso, in quanto Orban parla chiaro e con i suoi discorsi è capace di provocare più di una indigestione a “mamma Merkel” impegnata in questi giorni nella prima vera azione di Responsabilità Sociale di Stato,… dopo la responsabilità sociale di impresa, perché non anche una responsabilità sociale di Stato? In fondo anche le Nazioni hanno il diritto di rifarsi una verginità.
Ma che cosa dice Orban? Orban afferma che “…l’immigrazione illegale minaccia sia l’Ungheria che l’Europa. Costituisce un pericolo per i nostri valori comuni, per la cultura comune e anche per la nostra diversità, per la sicurezza delle persone europee, ed inoltre indebolisce la nostra capacità di stabilizzare i risultati economici.” (Qui il link dove potrete trovare l’articolo che la rivista Eastjournal ha dedicato al discorso del presidente ungherese e dove potrete scaricare anche l’intera traduzione in italiano)

Orban potrebbe essere un po’ il Salvini europeo in quanto parla senza giri di parole e ogni volta che lo fa è in grado di generare scompiglio.

In maniera più elegante, ma sempre sulla stessa scia di Orban impazza sui vari quotidiani italiani l’economista e politologo statunitense Edward Luttwak che ha parlato esplicitamente di suicidio dell’Europa cristiana. Luttwak chiama in causa la Turchia di Erdogan che a suo dire incoraggerebbe l’invasione attraverso i Balcani allo scopo di portare ad una progressiva islamizzazione dell’Europa e lancia il suo je accuse contro Bergoglio.

Profughi venite a me e la Germania rimarrà così sempre uber alles!

Papa Francesco e Angela Merkel aprono rispettivamente l’uno le porte delle Chiese, l’altra le porte della ricca Germania. Possibile che un gesuita come Bergoglio ed una statista come la Merkel siano dei sempliciotti che agiscono di pancia?

Iniziamo a fare una piccola analisi della Germania. Sicuramente è il Paese attualmente più forte dal punto di vista economico in Europa, tuttavia è un gigante con i piedi di argilla, Mamma Merkel ha concesso ai suoi adorati pargoli di potere andare in pensione con due anni di anticipo, ovvero a 63 anni e circa 279 mila tedeschi hanno colto la palla al balzo. In base a quanto dichiarato da Bloomberg Axel Boersch – Supan analista previdenziale presso il Max Planck Institute, questo programma avrà un costo di circa 2, 5 miliardi l’anno e porterà ad un innalzamento delle tasse sui lavoratori e a pensioni più basse per chi non potrà accedervi. Senza contare che anche in Germania si fanno meno figli: secondo la società di consulenza Bdo e l’Istituto di economia internazionale di Amburgo (Hwwi), la media di nati ogni anno in Germania per mille abitanti è scesa a 8,2 pupetti, un crollo delle nascite che sembra essere diventato cronico e che si tradurrebbe in una riduzione della popolazione della popolazione attiva, questo in soldoni per i bilanci dello stato significa meno entrate e più spese. C’ è di più, Stephan Sievert, economista dell’Istituto per la popolazione e lo sviluppo di Berlino, ha inoltre dichiarato che se anche da questo momento le donne tedesche iniziassero a diventare super mamme, ci vorrebbero comunque venti anni prima che i pargoli possano diventare forza lavoro. Dopo questi dossier e studi la povera Mamma Merkel ha iniziato ad essere ossessionata dai dati demografici, che nel lungo periodo arriverebbero a suonare la campana per la Germania che perderebbe il suo ruolo di leadership in Europa a favore della terra di Albione. Se si rimanesse in questa situazione di stallo ecco che la Gran Bretagna, molto più prolifica si accingerebbe a divenire la prima potenza economica del vecchio continente, e si sa, chi domina l’economia detta anche legge. La soluzione nel lungo periodo sarebbe quella di aumentare la natalità delle donne tedesche, ma nel breve periodo la soluzione è una sola: forza lavoro giovane ed altamente qualificata!

Ebbene si, avere una buona istruzione è l’X factor che ti potrebbe garantire l’ingresso in Germania. Come si evince dal simpatico sito Berlino Cacio e Pepe Magazine esiste per chi emigra nella terra di Kant un doppio regime di ingresso che differenzia gli immigrati qualificati da quelli non qualificati, ed è sui primi che la Germania è disposta ad investire.

E i profughi siriani fanno proprio al caso della Germania, sono giovani ed hanno in genere una istruzione più elevata ed è loro che Mamma Merkel vuole, di fatto lo ha apertamente dichiarato: le porte della ricca Germania sono aperte per i Siriani, gli altri se ne dovranno andare.

Parigi vale bene una messa, anzi Berlino, in fondo c’è chi converte con la spada e chi con la promessa di un po’ di quiete in terra

Bergoglio apre le porte delle chiese ai migranti e questa sua presa di posizione lascia perplessi anche molti vescovi, alcuni dei quali affermano che l’integrazione con i mussulmani è difficoltosa e sembrano quindi dare ragione a Luttwak, il quale sostiene che le comunità musulmane sono refrattarie all’integrazione e che quindi prima o poi sarà l’Europa cristiana a scomparire.

Tuttavia Simon Tomlinson del Dailymail e lo stesso Berlino Cacio e Pepe Magazine hanno messo in evidenza la crescita delle conversioni al cristianesimo da parte dei musulmani, soprattutto iraniani o afghani. La spiegazione è anche in questo caso semplice: i siriani fuggono dalla guerra civile, per loro le porte sono aperte, sia che siano cristiani, sia che siano musulmani, ma per gli altri migranti la situazione diventa più complicata, tuttavia se ti converti al cristianesimo le chance di rimanere potrebbero aumentare in quanto in Iran e in Afghanistan la conversione dall’islam al cristianesimo può essere punita con la prigione o la morte.

La questione della convivenza tra comunità cristiane e musulmane rimane comunque uno degli aspetti più importanti sui quali ci si confronterà nei prossimi anni.


Chiudo quindi il post con una provocazione: se l’Europa di Michelangelo, Leonardo, Kant, Schopenauer, Rousseau, l’Europa che ci ha regalato una libertà che noi diamo per scontati, vuole sopravvivere, allora non deve avere paura di affermare la propria identità che è anche e soprattutto una identità legata alla religione cristiana. Il nostro problema siamo noi stessi, la nostra de cristianizzazione, il nostro continuo relativismo, tutto questo ha provocato un vuoto e i vuoti vengono inevitabilmente riempiti, vengono riempiti da chi ha una fede, perché chi crede è più forte e coeso di chi stoltamente si professa con piglio di superiorità ateo. I primi appartengono ad una comunità, con i loro valori mentre noi siamo invece sempre più soli, ma se noi stessi non sappiamo più proporre modelli o ideali in cui noi stessi crediamo, diventa difficile integrare persone che invece hanno dei loro modelli morali forti e chiari.
Loquendi libertatem custodiamus, difendiamo quindi la nostra libertà di parlare, di confrontarci.

lunedì 31 agosto 2015

#Immigrazione, tra bieco business e veri uomini di buona volontà, tra strategie internazionali e rinascita dei movimenti populisti – parte prima

Scrivere in questi giorni di immigrazione è molto difficile, si rischia di essere banali, di cadere nel pressapochismo, soprattutto quando il mezzo che utilizzi è il post di un blog, in quanto sai benissimo che lo strumento ha un grosso limite: la lettura su web che è quasi sempre veloce e incompleta.

Leggendo i vari articoli ed esaminando le discussioni che avvengono sui social ci si accorge di come volontariamente, oppure involontariamente, alcune informazioni non passino oppure non vengano date nella maniera corretta. Con questo post voglio provare a fornire al lettore alcuni strumenti per aiutarlo a leggere in maniera più critica il fenomeno.


Immigrati, extracomunitari, stranieri, clandestini, irregolari, richiedenti asilo, un po’ di ordine per favore!!!!!

Nei discorsi da bar e da social, ma purtroppo spesso anche nella carta stampata, questi sostantivi sono usati indifferentemente come sinonimi, con un tono per lo più spregiativo (soprattutto nelle conversazioni che avvengono sui social) e invece occorrerebbe sapere usare le parole correttamente.

Conoscere ed usare i termini esatti è la base per tracciare i confini del problema: gli immigrati nel linguaggio comune sono coloro che si stabiliscono, in genere per lavoro, in un Paese diverso da quello di cui sono cittadini (nel nostro specifico caso coloro che non sono cittadini italiani e che si stabiliscono in Italia) e possono provenire dalla zona dell’UE, ed essere quindi immigrati comunitari, oppure provenire da Paesi che non fanno parte dell’Unione, ed in questo caso uno statunitense è extracomunitario al pari di un iracheno. Nel linguaggio comune, immigrati comunitari ed extracomunitari sono entrambe “stranieri”, vale a dire cittadini di una nazione estera, tuttavia le cose cambiano se diventiamo più tecnici ed utilizziamo un linguaggio giuridico.

L’Italia facendo parte dell’Unione Europea, in sintonia con gli Accordi di Schenghen, ha stabilito che il termine straniero si riferisce soltanto a chi non è cittadino di uno Stato membro dell’Unione Europea. (Art. 1 Convenzione di applicazione degli Accordi di Schenghen). La condizione giuridica dello straniero nel nostro ordinamento, quindi i suoi diritti ed i suoi doveri sono disciplinati in primis dal Testo Unico sull’Immigrazione. Gli immigrati extracomunitari regolari sono perciò coloro che sono entrati nel nostro Paese rispettando le procedure previste nel T.U. e hanno di conseguenza un regolare permesso di soggiorno, gli immigrati extracomunitari clandestini sono invece persone che sono entrate nel nostro Paese evitando i controlli di frontiera in quanto sprovvisti del regolare visto di ingresso, gli irregolari sono invece entrati regolarmente ad es. con un visto per motivi di studio e sono poi rimasti sul suolo italiano anche se il visto era scaduto, oppure non hanno lasciato l’Italia anche se sono stati colpiti da un ordine di allontanamento. Molto spesso coloro che sono giunti nel nostro Paese senza visto di ingresso hanno un escamotage per rimanere sul suolo italiano: quella di presentare richiesta di asilo, cioè chiedendo il riconoscimento dello status di rifugiato. In base alle nostre norme infatti, in questo caso la persona ha diritto a rimanere e soggiornare in Italia anche se è giunta in maniera irregolare e senza documenti di identità (qui un bel po’ di norme e tanta giurisprudenza - Principali elementi della normativa su immigrazione, asilo e cittadinanza). Il rifugiato è infatti colui che, secondo la convenzione di Ginevra del 1951, non può tornare nel proprio Paese di origine in quanto potrebbe essere vittima di persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche.

“Siamo degli animali feroci, noi esseri umani siamo bestie terribili”, un mondo in eterna guerra

Dopo la fine del secondo conflitto mondiale l’Europa Occidentale ha vissuto e sta ancora vivendo un periodo di relativa tranquillità, ma al di la dei nostri confini i conflitti non hanno mai cessato di esistere, basta dare un’occhiata al sito Guerre nel Mondo per rendersi conto di quanta violenza stia insanguinando il pianeta, perché non esiste solo la terribile avanzata dell’ISIS in Siria e Iraq, dall’Africa al Medio Oriente, dall’Asia al Sud America, guerre civili e scontri sono all’ordine del giorno.

Aveva quindi tristemente ragione il grande fotografo Sebastiano Salgado quando, dopo avere seguito il conflitto del Rwanda, fu colpito da una forte depressione e profonda sfiducia nel genere umano tanto da fargli affermare che gli uomini sono animali feroci, bestie terribili.

E sono proprio le guerre, le persecuzioni, la distruzione, la miseria e la fame che ogni anno stanno costringendo nel mondo milioni di persone a lasciare la propria terra d’origine. Si calcola che siano quasi 50 milioni i rifugiati, più della metà dei quali arriva da Siria, Iraq, Somalia, Afghanistan, Sudan, Mali, Congo, Etiopia.

La speranza per molti si chiama Europa.


Dietro la separazione tra clandestini e richiedenti asilo le speculazioni per l’accaparramento dei Fondi per la gestione dell’immigrazione

Le rotte che conducono in Europa sono principalmente tre, due via mare, e una  via terra.
La rotta del Mediterraneo Occidentale porta in Spagna (ma Madrid ha intensificato i controlli da quando scoppiarono le primavere arabe), quella del Mediterraneo Orientale invece porta alle coste italiane e greche. La rotta via terra è quella dei Balcani, dove l’Ungheria sta costruendo un muro di filo spinato e la Bulgaria ha schierato alla frontiera i blindati.

I primi a guadagnare sulla pelle dei profughi sono gli scafisti e i passeur, ma una volta  sbarcati sulle coste italiane la catena delle persone che possono ricavare un guadagno dai clandestini si moltiplica, in alcuni casi è un guadagno illegale (manovalanza in nero per imprenditori e nuove leve per i malavitosi), in altri casi invece si tratta di guadagni leciti, in quanto i soldi arrivano dai fondi appositamente stanziati.

Per tutelare le labili frontiere europee ecco, dopo l’operazione Mare Nostrum,  Triton sotto l’egida di Frontex.
Frontex è l’Agenzia Europea che deve coordinare le operazioni di pattugliamento anti immigrati.   Le sue regole di ingaggio sono votate dal Parlamento Europeo che per ora ha stabilito che sono vietati i respingimenti dei barconi verso i porti di partenza, come pure viene stabilita la non punibilità dei soggetti privati che hanno prestato soccorso alle imbarcazioni dei migranti in difficoltà. Le regole di ingaggio stabiliscono anche in quali Stati devono essere sbarcati gli immigrati salvati ( e qui mi sovviene una domanda, posso capire l’uomo della strada che si chiede perché vengono portati quasi tutti qui da noi, non capisco invece quando questa domanda se la pone un ministro come Gentiloni...).

Una volta sbarcati in Italia i migranti che fuggono da guerre e persecuzioni possono presentare allo Stato italiano domanda di riconoscimento di protezione internazionale, anche se sono entrati in modo irregolare e senza documenti. La domanda va presentata alla Questura o alla Polizia di Frontiera che rilasciano un permesso di soggiorno per richiesta di asilo valido tre mesi, rinnovabile. Sulla domanda decidono poi le Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale. I livelli di asilo sono tre: lo status di rifugiato, la protezione sussidiaria internazionale e la protezione umanitaria. Nei primi due casi viene rilasciato un permesso di soggiorno di 5 anni, nel terzo caso il permesso avrà una durata di due anni.

In attesa che la pratica venga esaminata dove alloggiare queste persone? Il sistema di accoglienza ordinaria è gestito dalla rete Sprar (Sistema di protezione per i richiedenti asilo ed i rifugiati), tuttavia visti i numeri eccezionali degli sbarchi Il Ministero dell’Interno ha affidato in via emergenziale questa responsabilità anche alle Prefetture (Circolari del 8/1/2014, del 19/03/2014, del 21/03/2014, del 20/06/2014 del Ministero dell’Interno relative al Piano straordinario di accoglienza con equa distribuzione regionale/provinciale dei migranti), che devono bandire appalti per la ricerca di strutture e soggetti che si occuperanno della loro assistenza, e a questo punto i soldi iniziano a circolare, tanto per fare un esempio, l’accoglienza dei richiedenti asilo in Veneto gestita dalle prefetture vale circa 31 milioni di Euro, è infatti questo il valore delle gare di appalto che sono state bandite in Veneto e a cui possono partecipare associazioni, fondazioni, enti ecclesiastici, enti pubblici e privati che si occupano di assistenza alla persona, accoglienza ed integrazione; qui vi inserisco il link ad un Bando della Prefettura di Livorno dove potrete farvi un’idea dei servizi che devono essere garantiti ai profughi.

I famosi 35 euro al giorno a profugo non vanno quindi direttamente a quest’ultimo, ma vanno alla struttura che ha vinto l’appalto che ci pagherà gli stipendi del personale e tutte quelle attività che il bando prevede che vengano svolte per l’accoglienza. All’immigrato va invece un pocket money sui 2,5 euro al giorno, arrivando ad un massimo di 7.5 euro per ogni nucleo familiare, all’immigrato spetta poi una tessera o una ricarica telefonica da 15 Euro. Ovviamente la struttura che ha in carico l’immigrato deve organizzare la mensa garantendo colazione, pranzo e cena con cibo di prima qualità (e qui però mi vengono in mente i nostri anziani costretti a razzolare nei bidoni dell’immondizia, ma come scrivevo prima, l’accoglienza è un diritto sancito dalla costituzione e garantito da norme come il d.lgs 140/2005 che recepisce la Direttiva “accoglienza” 2003/9/CE), oltre ai servizi legati al vestiario, all’igiene etc. tutti ovviamente specificati nel Bando di gara.

Per quanto riguarda le strutture alberghiere possono partecipare ma solo se associate ad associazioni, fondazioni, enti ecclesiastici, enti pubblici e privati che si occupano di assistenza alla persona etc. In tempo di crisi molti alberghi hanno giocato la carta accogli l’immigrato, nella maggioranza dei casi per fare cassa ovviamente, ma sembra che sul lungo termine questa disinteressata buona volontà non paghi: sui siti e social specializzati (es. Tripadvisor) fioccano le recensioni negative di quei turisti che si sono trovati a dormire e fare colazione sotto lo stesso tetto con i profughi. Bhe, la canzoncina “Aggiungi un posto a tavola che c’è un amico in più” evidentemente vale solo per le tavole degli altri, ma se inizia a riguardare la nostra il registro cambia. Va tutto bene se questa gente la guardiamo alla televisione, un po’ meno se siamo costretti a guardarli negli occhi.

Ma con quali soldi vengono garantiti questi servizi? In Italia il contributo economico per l’accoglienza viene gestito dal Ministero dell’Interno attraverso due canali: quello del Fondo Nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo e quello istituito dal DL n. 451 del 30/10/1995, convertito poi nella legge 563/1995. Tali strumenti finanziari adottati a livello nazionale sono provvisti annualmente o al bisogno sia con i soldi provenienti dallo Stato Italiano, sia con i soldi provenienti dall’Unione Europea. In quest’ultimo caso provengono dal FAMI – Fondo Asilo Migrazione e Integrazione. Il FAMI riunisce sotto un’unica dicitura i precedenti fondi FEI (Fondo Europeo per l’Integrazione dei Cittadini di Paesi Terzi); FER (Fondo Europeo per i rifugiati) e RIF (Fondo Europeo per i rimpatri). I soldi stanziati dalla Unione Europea non possono quindi essere in alcun modo dirottati su altre voci di spesa e tali fondi operano quindi in co-finanziamento con l’Italia, coprendo circa il 50% - 75% dei costi.

Il costo maggiore non è però legato ai profughi adulti, bensì ai minori non accompagnati:  il costo pro capite dipende dalle rette delle singole comunità di accoglienza. Gli standard in questo caso sono più elevati, così come i costi. La competenza è dei Comuni che si avvalgono per la gestione delle comunità di accoglienza. Queste devono assicurare anche un servizio sociale e di tutela, che comporta una spesa maggiore. Le rette possono dunque superare anche i 140 euro, ma per quelli che rientrano nello Sprar, indipendentemente dalla rette della comunità, erogano 80 euro al massimo. Il ministero sta comunque lavorando per abbattere i costi di queste rette, pensando a una differenziazione anche per fasce d’età. Attualmente, dall’ultimo report nazionale del ministero del Lavoro che fa il punto al 31 luglio 2015, in Italia nei primi sette mesi dell’anno sono giunti 8.442 minori non accompagnati. E il numero potrebbe essere sottostimato dal momento che questo dato considera esclusivamente i minori identificati. Sono soprattutto maschi (94,9%), per lo più fra 17 anni (54,4%) e i 16 anni (26,8%), provenienti principalmente da Egitto (22,5%), Albania (14,2%), Gambia (9,7%), Eritrea (8,5%), Somalia (7,4%), Nigeria (4,5%), Senegal (4,5%), Bangladesh (4,4%), Mali (4,1%) e Afghanistan 3,8%). Molti di loro una volta giunti in Italia diventano irreperibili.

Ciondolando, ciondolando ma loro non possono per legge lavorare

Una volta accolti queste persone le si vede ciondolare in giro a fare nulla, un mio amico napoletano direbbe Gegé bella vita… tuttavia se questi profughi se ne stanno con le mani in mano non dipende da loro, ma ancora una volta dalle nostre leggi. Il richiedente asilo infatti non può lavorare nei primi sei mesi di ingresso in Italia. Il diritto al lavoro può essere esercitato dai richiedenti asilo solo dopo sei mesi di permanenza sul territorio nazionale senza che sia intervenuta la decisione sulla domanda di asilo.

L’art. 11 del Decreto legislativo n. 140 del 30 maggio 2005, infatti, prevede che: “Qualora la decisione sulla domanda di asilo non venga adottata entro sei mesi dalla presentazione della domanda ed il ritardo non possa essere attribuito al richiedente asilo, il permesso di soggiorno per richiesta asilo è rinnovato per la durata di sei mesi e consente di svolgere attività lavorativa fino alla conclusione della procedura di riconoscimento”.

Il cittadino straniero titolare di un permesso di soggiorno per richiesta asilo, pertanto, non può lavorare per i primi 6 mesi. Alla scadenza di tale periodo, senza che sia intervenuta una decisione in merito alla domanda, il richiedente asilo dovrà chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno direttamente in Questura che gli rilascerà un permesso di soggiorno della durata di 6 mesi che consente di svolgere attività lavorativa fino alla conclusione della  procedura  di riconoscimento. 

Come si può notare tutto dipende dalle nostre leggi, dalle norme che sono ai più poco conosciute; i richiedenti asilo potrebbero però svolgere lavori socialmente utili in qualità di volontari se venisse attivata una copertura assicurativa e degli accordi tra Regioni, Enti Locali, soggetti dediti all'accoglienza per regolare tale attività. In questo modo si renderebbero utili alla comunità che li ospita e sicuramente alcuni atteggiamenti ritrosi dei cittadini muterebbero. Alcune regioni come la Toscana si sono già mosse, l'Emilia Romagna seguirà  a breve.

domenica 24 maggio 2015

C'era una volta il Bel Paese #urbanistica #rigenerazioneurbana


Era da molto che volevo scrivere questo post e lo spunto me lo hanno fornito il mio girovagare nelle varie regioni italiane, il lavoro che svolgo per il mio editore nel campo dell’informazione ambientale, e da ultimo una mostra, ancora per pochi giorni visitabile al Mar (Museo d’Arte della città di Ravenna) ed intitolata appunto, “Il Bel Paese”.


L’Italia, se la intendiamo non come espressione politica ma come conformazione fisica, è identificabile come “Bel Paese”. L’espressione si deve ai nostri due massimi poeti, Dante e Petrarca e ad un libro di scienze naturali e geologiche scritto dall’abate Antonio Stoppani nel 1876. Nel libro Stoppani descrive le prime bellezze paesaggistiche da lui conosciute: quelle della natia valle di Agordo, la cui perfezione viene paragonata alle valli e alle gole dei monti della Svizzera. Con l’espressione “Bel Paese” il bello si incarna quindi con la conformazione geografica del luogo, con il paesaggio e l’Italia diviene per tutti il Paese – museo che, come uno scrigno prezioso, racchiude entro i suoi confini mondi arcaici, come la cultura greco-romana e quella etrusca, e mondi medioevali;  la grande cultura rinascimentale e quella barocca. La bellezza del nostro Paese è formata da “mille case riunite” come ebbe a scrivere Quatremere de Quincy, da particolarismi dislocati su un territorio che dalle Alpi corre fino alle coste siciliane. A questi localismi, la tanto bistrattata architettura del ventennio con la sua ondata stilistica cercherà di fare da collante uniforme.


Il sogno infranto della città ideale, lo sfregio voluto alla grande bellezza

Kahlil Gibran, famoso poeta libanese una volta scrisse che “l’arte degli italiani sta nella bellezza”, ora però la nostra “grande bellezza” anno dopo anno rischia di venire seriamente danneggiata e di scomparire. Sembra che gli italiani, coloro che sono stati in grado non solo di sognare, ma anche di progettare e realizzare la “città ideale”, basta pensare ad Urbino, a Palmanova, a Pienza ecc. abbiano smarrito i concetti di equilibrio, funzionalità, perfezione, ordine razionale. Le nostre città, i nostri Paesi, piccoli o grandi che siano, sono oramai soggetti al triste fenomeno della periferizzazione.

La periferizzazione tende ad investire l’area esterna della città contemporanea e riguarda un processo di graduale trasformazione del territorio che da agricolo viene inglobato dall’urbe, molto spesso dando vita a quartieri dormitorio privi di identità e servizi, mal collegati alle reti di comunicazione e privi di suggestioni, come se fossero tanti teatri vuoti.

Lo spazio urbano che utilizziamo è stato costruito per il 90% dopo la seconda guerra mondiale e questo fenomeno ha interessato anche gli altri Stati europei, tuttavia negli ultimi venti anni Francia, Germania ed Inghilterra sono state più lungimiranti ed hanno attuato delle rigorose politiche volte a contenere il consumo del suolo e al recupero delle aree dismesse, cosa che invece non è accaduta in Italia.

Il suolo è una risorsa naturale limitata e non rinnovabile necessario non solo per la produzione alimentare, ma anche per l’equilibrio della biosfera, del clima e degli ecosistemi. Secondo i dati forniti dall’Ispra quasi ogni giorno si consumano circa 100 ettari di terreno, mangiati da case, villette, capannoni, ma soprattutto da infrastrutture, come ad esempio le nuove strade asfaltate che sono sorte grazie alla viabilità ora incentrata sulle rotonde. Decine di ettari di terreno fertile hanno cambiato destinazione d’uso e da agricoli sono divenuti edificabili, grazie ovviamente alla lungimirante progettazione di nuove “utilissime” strade.

Peccato che questa trasformazione da suolo agricolo in terreno cementificato abbia dei piccoli effetti secondari: come la compromissione della capacità futura di stoccaggio di carbonio da parte del suolo e la capacità di immagazzinare l’acqua. Un terreno impermeabilizzato non permette all’acqua di infiltrarsi e al tempo stesso essendo privo di piante, non ha sostanze organiche in grado di svolgere la funzione di stoccaggio della CO2, nei casi più gravi si passa al vero e proprio dissesto idrogeologico.

Lo sprawl urbano, ovvero l’interesse di pochi a scapito di quello della collettività


La periferizzazione, che possiamo anche chiamare con il termine anglosassone di sprawl, tende quindi ad eliminare la distinzione tra città e campagna, manifestandosi nella frangia peri-urbana di città e paesi, dando luogo ad insediamenti formati per lo più da villette, o agglomerati di mini condomini massimo di due o tre piani, ognuno dei quali fornito di propria strada e parcheggi per auto. Si tratta dunque di costruzioni che, come possiamo vedere dando un’occhiata alle città in cui viviamo, si espandono orizzontalmente e che comportano elevati costi non solo ambientali come abbiamo già visto, ma anche economici e sociali. L’espandersi della periferia vuole anche dire per le amministrazioni locali costi maggiori per quanto riguarda i servizi pubblici che devono servire zone urbanizzate sempre più ampie. Si costruisce quindi soprattutto per il profitto di pochi investitori privati: si costruisce per il vantaggio della rendita immobiliare edilizia, finanziaria e fondiaria che grazie al cambio di destinazione d’uso vede aumentare il valore di ogni metro quadro di terreno. Poco male se poi le case costruite rimangono invendute e se cresce il numero delle persone che si trova in condizioni di disagio abitativo.

Bioarchitettura, sì ma a piccole dosi, l’urbanistica deve tornare materia sovrana


Come ha ripetuto più volte l’architetto Vezio De Lucia è “l’interesse collettivo che deve prevalere e contenere al proprio interno il mercato”. L’urbanistica non può essere una continua contrattazione tra interesse pubblico ed interesse privato, nella progettazione urbanistica dovrebbe prevalere l’interesse collettivo ed il buon senso, non le mode: riprendendo sempre un pensiero di De Lucia, se costruisco un intero quartiere con la bioedilizia e la bioarchitettura avrò sempre consumato una porzione di suolo. Prima di progettare nuovi quartieri, anche se bio, occorrerebbe recuperare tutto quello che si può recuperare. Ogni città, ogni paese è pieno di spazi dismessi che potrebbero essere resi nuovamente agibili e con una nuova destinazione. Assoedilizia ha più volte messo in evidenza che in Italia esistono oltre due milioni di case disabitate e inutilizzate, senza contare gli immobili del demanio civile e militare.
La rigenerazione urbana, il recupero dovrebbero diventare azioni in grado di migliorare l’aspetto delle nostre città, case abbandonate, capannoni dismessi o edifici vuoti potrebbero essere recuperati e magari trasformati in musei, biblioteche, centri per giovani o per anziani, o in nuovi alloggi.

Un esempio di paesaggio quasi intatto


Il paesaggio dei luoghi dove abito è stato ovviamente interessato da queste trasformazioni: nuovi quartieri sono sorti o stanno sorgendo, nuovi collegamenti stradali sono stati costruiti, tuttavia, esiste un posto dove ancora sembra che la colata di cemento non sia arrivata: Predappio Alta, se vi recate nel piccolo centro e ammirate il paesaggio dalla piccola Rocca vi ritrovate immersi in un mare di verde. Questo è diciamo il mio piccolo rifugio

mercoledì 31 dicembre 2014

Cibo, vino ecco ulteriori risorse che offre la rete #cibo #food #foodie #gastronomia #cucina

Barchetta di sushi, sashimi,uramaki e hosamaki - Kurasushi, Bologna - Foto di A.Nanni
Visto l'interesse suscitato con il post dedicato al cibo, ho pensato di farne oggi uno molto smilzo dedicato però ad ulteriori ottime risorse che la rete offre sull'argomento.

Ecco quindi un elenco abbastanza dettagliato non solo di siti e portali di gastronomia, ma anche di siti istituzionali e di associazioni, minimo comune denominatore, il cibo.

API - Associazione Pizzerie Italiane
Assenoteche - Associazione Italiana delle Enoteche pubbliche e delle Strade del Vino
Codiceenologico - Strumento per operare nel groviglio della legislazione vinicola
Cucina Professionale - Associazione Professionale Cuochi Italiani
Ministero delle Politiche Agrigole e Forestali
Prodotti Qualità - Prodotti Agroalimentari Tradizionali, Biologici, DOP, IGP e STG, Vini DOC, DOCG e IGT, la sezione del sito Ministero per le Politiche Agricole
Sicurezza Alimentare - Conoscere gli Alimenti, la sezione del sito Ministero per le Politiche Agricole


Tortino al cioccolato con gelato di riso - Kurasushi, Bologna - Foto di A.Nanni

Buonissimo - Il web magazine della gastronomia
Cucina e Vini - Enogastronomia, attualità, cultura
Cucina e Ricette - Cucina italiana ed etnica
Cucina Mediterranea - Gusti, sapori, ricette e curiosità
Cucinait - La cucina italiana on-line
Dove andiamo a cena stasera? - Selezione dei migliori ristoranti, divisa per aree geografiche
Enogastronomia - Il portale
Gambero Rosso - Il sito Ufficiale
Giallozafferano - Più gusto con stile
Gusti d'Europa - Il portale europeo dei prodotti agroalimentari tipici
Gustology News - Editoriale on-line di sapori, profumi e piaceri
Informacibo - Il giornale per chi ama il buon gusto
Kataweb - sezione cucina
L'Acquabuona - Periodico di cultura enogastronomica
L'Arte della Cucina Italiana - Originali ricette on-line
Mangiare Bene - Ricette e molte curiose rubriche gastronomiche
MenSa - Menù d'Autore, abbinamenti tra Culture e Piaceri della tavola
Pizza - Il portale italiano della Pizza!
Prodotti Tipici - La grande guida ai sapori italiani
Ricette e dintorni - Ricette on-line e gastronomia italiana
Ricette tipiche - Guida alle ricette italiane
Slowfood - Sito Ufficiale
Sottocoperta - Portale di enogastronimia, hotel, itinerari e viaggi
Vinit - Guida enogastronomica ricca di spunti e consigli
Bereilvino - Il portale delle aziende vinicole e del vino italiano
Cercavino - Trova il tuo vino!
Enodelirio - Appassionati di vino
Everywine - Enoteca on-line
Il cronista del vino - Notizie, racconti, resoconti e opinioni per bere meglio
Wines & Spirits - The Wine Magazine in Defense of Quality, in inglese
Lavinium - Rivista di vino e cultura on-line
Movimento Turismo del Vino - Organizzatore di "Cantine Aperte"
Movimento Turismo del Vino - Sezione Trentino
Sloow food - Sezione vini
Tigulliovini - Cultura del vino e servizi per le aziende
Vinealia - Il giornale on-line dalla parte dei curiosi
Vinealia - "Antologia ampelografica", tutte le informazioni utili sui vitigni
Vino in rete - Il portale del Sommelier
Vino-web
 - Selezioni, novità e articoli sul mondo del vino
WineNews - The pocket wine web site in Italy
Winereport - Il vino è on-line
Wineshop.it - Enoteca online
Winetaste - Il Gusto del Vino, web Magazine Enogastronomico diretto da Roberto Gatti