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domenica 2 marzo 2014

#Vivien Leigh, la ragazza della terra di Albione che divenne #RossellaOhara


Quando si leggono le biografie e gli articoli dedicati a Vivien Leigh, una delle regine del teatro britannico, tre aggettivi ricorrono immancabili: bella, affascinante, seducente, spesso accompagnati da avverbi volti a rafforzarne l'aurea di splendore che circondava l'attrice.

Vivien Leigh è "eccezionalmente bella, incredibilmente fascinosa, e superbamente seducente".




Vivien nasce nel 1913 in India, il padre è un alto funzionario delle colonie inglesi dalle lontane origini francesi, mentre la madre è irlandese.

Pelle eburnea, capelli color ebano e occhi verdi, Vivien sembra una principessa delle favole, o meglio ancora, è l'incarnazione perfetta di Scarlett O'Hara, l'eroina americana per eccellenza, ruolo che interpreterà magistralmente nel film capolavoro di Victor Flaming, "Via col vento", e per il quale vincerà l'oscar, rimanendo per sempre nella memoria come la capricciosa, volitiva, tenace Rossella.






Le attrici americane la detesteranno, considerando oltraggiosa ed offensiva la scelta di una inglese per interpretare il ruolo dell'eroina statunitense.

A onor del vero, non avevano tutti i torti le colleghe a stelle e strisce ad avercela con Vivien: l'inglesina aveva avuto il ruolo grazie ai buoni uffici del futuro marito, sir Lawrence Olivier, considerato all'epoca il più grande attore teatrale.


Ebbene si, Vivien era una raccomandata! Ma è stata la raccomandata più brava della storia del cinema.
Nel suo volto di una bellezza incantevole, si alternavano sorrisi dolcissimi, occhiate maliziose e sguardi alteri, Vivien poteva essere regale ed al tempo stesso indifesa, superba ed affranta.


Rimase un'attrice di teatro, prima ancora che di cinema, e con il grande amore della sua vita, Lawrence Olivier, formò una delle coppie glamour del jet set, ammiratissimi perfino da Wiston Churchill.



Vivien vinse un secondo oscar interpretando la psicotica Blanche Dubois nel film di Elia Kazan "Un tram che si chiama desiderio".

La nevrotica Blanche era purtroppo molto simile a quello che Vivien era nella realtà.





La sua bellezza ed il suo talento iniziarono ad essere offuscati da un pesante disturbo bipolare che la trascinerà lungo la via della depressione, distruggendo il suo matrimonio, e portandola ad essere curata d'urgenza con l'elettrochoc.

Colei che viene considerata la migliore interprete del teatro inglese inizia a soffrire di crisi maniacali aggravate dall'abuso dell'alcol, che contribuirà a minare la sua cagionevole salute, e a fare sfiorire la sua fulgida e memorabile bellezza.

A cinquantatre anni, appesantita nel fisico, con la mente vacillante e tisica, morirà sola nella sua casa, come un'eroina tragica dei romanzi dell'Ottocento.


Il drammaturgo Tennessee Williams dirà di lei che era la personificazione della grazia, una grande attrice, ed una grande donna.

Il suo volto perfetto, di una "bellezza magica" come ebbe a dire lo stesso Olivier quando la incontrò per la prima volta, affascina ancora oggi: nel 2006 i suoi connazionali sceglieranno lei, Vivien, come la più bella britannica di tutti i tempi, non Kate Moss o Sienna Miller.

domenica 1 settembre 2013

Matilde di Canossa, la contessa guerriera tra storia e leggenda


Matilde della stirpe dei Canossa, regina d’Italia e vicaria papale, fu una delle donne più importanti del medio evo, un’abile diplomatica ed una scaltra politica che seppe reggere con mano ferma per circa quarant’anni gli aviti feudi che si estendevano dall’Italia settentrionale a quella centrale.

Una donna di potere, feudataria, contessa, poi successivamente duchessa, marchesa, ed infine incoronata regina d’Italia dallo stesso imperatore. Mathilde non si piega innanzi agli uomini, sono gli uomini che si devono inginocchiare di fronte a lei,  la sua attitudine al comando diventerà celebre e la saprà astutamente esercitare sui due astri dell’epoca: l’Imperatore ed il Sommo pontefice, poiché, se è vero il detto che “tra i due litiganti il terzo gode”, è vero che Matilde grazie alla sua intelligenza e lungimiranza riuscirà ad uscire viva e vincente in un’epoca di lotte intestine e religiose.


Matilde è di stirpe longobarda, parla correttamente la lingua dei teutoni e quella garrula dei franchi, alta e bionda, come la descrivono le cronache dell’epoca è la terzogenita di Bonifacio “il Tiranno”, mentre la madre, Beatrice di Lotaringia, appartiene al casato dei duchi di Borgogna ed è imparentata con le più importanti case regnati dell’Europa del Nord. La sua infanzia tranquilla e serena nel castello di Canossa viene spezzata dalla violenza. Nel 1052, a soli sei anni rimane orfana di padre: Bonifacio viene ucciso durante una battuta di caccia, per mano di un vassallo traditore, che gli trapasserà la gola con una freccia avvelenata, nel 1053 muoiono invece avvelenati i due fratelli di Matilde.


Ancora giovane viene data in sposa a Goffredo il gobbo, ma il matrimonio non regge e Matilde pianta il marito ed il piovoso Belgio e se ne torna a Canossa. In seguito con la morte del marito e della madre, Matilde a trent’anni è sovrana indiscussa di un vasto territorio che si estende dal lago di Garda fino al Lazio: ha inizio la storia della contessa guerriera, della donna di coraggio che si narra fosse capace di scendere lei stessa in battaglia accanto ai suoi soldati, contro le truppe dell’imperatore.


Nella lotta delle investiture Matilde non ha dubbi: si schiera a fianco del Papa opponendosi all’Imperatore, che tra l’altro era anche suo cugino. Il suo capolavoro sarà però “l’umiliazione di Canossa”. Gregorio VII aveva lanciato la scomunica contro quell’impudente galletto imperiale di Enrico IV, il quale ben presto si accorse che i suoi vassalli gli rispondevano picche in quanto scomunicato, di qui la necessità impellente dell’Imperatore di ottenere il perdono del Papa, altrimenti a chi dava ordini?

Matilde si fa mediatrice tra le due parti e riesce nell’opera: Enrico IV otterrà il perdono presso il castello di Canossa ma prima che la porta sia aperta dovrà passare tre giorni e tre notti all’addiaccio, scalzo, rivestito solo di un ruvido saio, e per di più mentre imperversava una bufera di neve.

Successivamente Matilde si schiererà ancora a difesa del papato e solo con la morte di Enrico IV e la salita al potere di Enrico V avverrà la riappacificazione tra la gran contessa e il nuovo imperatore, che tra l’altro le riconoscerà il valore e l’indomito coraggio incoronandola Regina d’Italia.

Matilde muore nel 1115 amata dai suoi sudditi, le sue spoglie sono ora in San Pietro.
Bernini la immagina audace e guerriera, in fondo il suo nome significa “possente in battaglia”. In un epoca infida Matilde si è rivelata una fine stratega, una donna colta che ha saputo circondarsi di esperti giuristi e abili cancellieri che l’hanno aiutata nell’amministrazione del regno, e con polso fermo ha regnato scrivendo una pagina importante della storia dell’Europa. Si può quindi ben dire che Matilde è stata ed è “onore e gloria d’Italia”.

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sabato 18 maggio 2013

Luisa Casati Stampa, la divin marchesa


Di lei si dice che fu la donna più rappresentata nella storia dell'arte dopo la Madonna e Cleopatra: fu la musa di dadaisti, surrealisti, fauvisti e futuristi, la Corè di D'Annunzio. Una donna inimitabile che segnò un epoca

Da Boldini al fotografo Man Ray, per i più grandi artisti del Novecento, Luisa Casati fu la musa per eccellenza, per mamma e papà invece lei era semplicemente "Ginetta", la loro secondogenita alta e sottile come un giunco, che veniva nascosta dal fascino estroverso della primogenita Francesca.

Figlia del conte Alberto Amman e di una milanese di orgine viennese, Luisa Casati è ancora un'adolescente dalla pelle eburnea e dai vitrei occhi verdi, quando il padre muore lasciandola, appena quindicenne, erede della sua immensa fortuna.

Luisa diventa così la più giovane ereditiera del beau monde italiano, e una delle donne più ricche d'Europa.
Si sposa con il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, il tempo di avere da lui una figlia, Cristina, poi Luisa abbandona il tetto coniugale per seguire il suo destino. 



Estremamente narcisa, Luisa non vuole essere solo una bella donna, vuole diventare lei stessa un'opera d'arte. Con un gusto incredibilmente teatraletratta il suo volto come se fosse la tela di un pittore: ciprie per fare risaltare ancora maggiormente il pallore della pelle, kohl nero per bistrare gli occhi, tanto da farne quasi una maschera, labbra scarlatte, e un taglio ai suoi splendidi capelli ondulati, che sovente saranno tinti di rosso.

La sua figura longilinea ed androgina è perfetta per la nascente art deco, le sue toilette spettacolari saranno immortalate da pittori e fotografi di cui sarà mecenate, amica e talvolta amante.


Nella sua vita entra lo scrittore Gabriele D'Annunzio, con il quale vivrà una burrascosa relazione oggetto di pettegolezzi dei salotti blasée. Il vate è sopraffatto dal suo fascino ambiguo, dalla sua eccentricità, in Luisa tutto è eccessivo.

Jean Cocteau disse che era "un tipo estremo", una donna a cui non interessava piacere o non piacere, ma sbalordire. Lo stesso André Germain concordava sul fatto che Luisa impiastricciandosi di nero un viso bellissimo si era sfigurata dal punto di vista estetico.



Una famme fatale inimitabile, scandalosa e sempre sopra le righe.


Luisa non voleva passare inosservata: di notte, a Venezia, amava andare in gondola completamente nuda, coperta da una pelliccia che lasciava aperta, oppure, per le calli passeggiava accompagnata da servitori di colore dalla pelle spruzzata d'oro, con al collo un boa constrictor e al guinzaglio pavoni o leopardi.



La maison Cartier fulminata da questa sua eccentricità, si ispirerà a lei nel creare il leopardo simbolo nel mondo della celebre gioielleria.


La marchesa Casati ha in Milano il palazzo avito, ma i palcoscenici per le sue memorabili soirée sono Venezia, dove compra il settecentesco Palazzo Venier dei Leoni (ora sede del museo Guggenheim), Parigi, dove acquista Palais Rose che appartenne a Montesquieu, e naturalmente il Vittoriale di D'Annunzio. 

Per lei il vate arrivò a telegrafare il seguente messaggio: "I rosai del Vittoriale ti aspettano per fiorire." La chiama la sua Kore, dal nome della principessa degli inferi, è la sua amante, di più la sua musa, la sua fonte di ispirazione da cui attingere a piene mani: il personaggio di Isabella Inghirami di "Forse che si forse che no" è ispirato proprio a Luisa.



Luisa viaggia ( Polonia, Francia, Ungheria, Sciozia, Inghilterra, India) e dà feste il cui eco arriverà anche in America: affitta l'intera Piazza San Marco per uno dei suoi ricevimenti e per evitare che i veneziani possano mescolarsi ai suoi aristocratici invitati usa body gard coperti solo di un drappo rosso e legati da catene d'oro.

Al ballo in costume dell'ambasciata di Roma nel 1913 compare vestita d'oro e con un pavone al guinzaglio, all' Operà di Parigi indossa come copricapo una coda di pavone, mentre le bianche braccia sono macchiate del sangue di un pollo, al Bal du Grand Prix del 1924 compare invece vestita come l'eroina della sua infanzia: la Contessa di Castiglione. La sua partecipazione è memorabile.

Nello stesso anno ottiene il divorzio, divenendo la prima divorziata della chiesa cattolica.



Una vita di eccessi che non poteva durare. Luisa Casati nel 1930 dichiara bancarotta e va a vivere in Inghilterra. Sua figlia Cristina ha fatto un buon matrimonio con il futuro conte di Hungtindon, e si prenderà cura della madre con dei piccoli versamenti.

Per Luisa è il momento della povertà, ma il suo spirito rimane immutato: era una spendaccione e morirà come  una spendacciona, quando ha un pò di soldi si divertirà telefonando agli amici e dicendo "Ho ben dieci scellini, che ne dite se ci facciamo una bottiglia di vino scadente, oppure un giro in taxi?"

Alla sua morte, avvenuta nel '57, verrà seppellita con il mantello nero bordato di leopardo, le ciglia finte e gli occhi truccati, come si conviene ad una vera diva, ad una donna che ha affascinato schiere di artisti.

A lei ancora oggi continua ad ispirarsi il mondo della moda: da Lagerfeld a Tom Ford, da Lady Gaga a Corinne Roitfield.

Questo è il sito tutto in inglese che le è stato dedicato: www.marchesacasati.com












domenica 7 aprile 2013

Zelda, la "maschietta" di Francis Scott Fitzgerald



Lei si chiamava Zelda Sayre, bionda dagli incantevoli occhi blu, era una bellezza del sud proveniente da una solida famiglia borghese. Il padre, giudice della Corte dell'Alabama e appassionato di letteratura, volle chiamarla con il nome della regina degli zingari protagonista di un racconto di Robert Edward Francillon "Zelda's fortune".
 
Gli orientali sostengono che nel nome è contenuto il Karma di una persona, la sua essenza, il modo di presentarsi al prossimo, sicuramente questo deve essere sfuggito al severo giudice dell'Alabama perchè se lo avesse saputo, molto probabilmente non avrebbe mai messo alla sua piccolina quel nome, che già dal personaggio letterario evocava voglia di libertà.
 


Zelda dimostra fin da ragazzina il suo carattere alternativo e ribelle che la fa diventare il centro dei pettegolezzi della cittadina di Montgomery, le donne la avversavano quanto gli uomini la amavano, ma Zelda è nel destino dell'enfant prodige della letteratura americana, Francis Scott Fitzgerald.

Zelda è giovane, temeraria, divertente da morire e non ha paura di mostrare le sue opinioni con una schiettezza che farebbe tramortire le damigelle dell'età vittoriana e lui, alto, biondo, spalle larghe la vuole accanto a sé, per vivere quel mondo di dorata follia e di ricchezza ostentata.



Zelda balla, ride, si ubriaca e spende.
Insieme sono invincibili, lui fa impazzire con i suoi romanzi un intera generazione, lei è la it girl degli anni 20. Ammirata, esaltata, copiata, rappresenta la donna emancipata e moderna. E' la flapper girl per eccellenza!
 
 
 
 
Ma Zelda non è una socialite vuota, è una "maschietta" che lotta per affermare la propria autonomia, il proprio essere indipendente e brillare di luce propria. Ha inizio così la fine.
Il sodalizio e la complicità tra i due dei è finito.
Zelda non vuole essere la luna ma il sole stesso, ed ecco che si dà alla danza, alla pittura e alla letteratura. Scriverà un unico romanzo, "Lasciami l'ultimo valzer" ampiamente autobiografico.
 

Zelda inizia a soffrire di allucinazioni e attacchi di panico, viene ricoverata ad Ashville dove nel '48 muore arsa viva nell'incendio dell'ospedale psichiatrico.

La magnifica donna regina degli anni 20 era ormai l'ombra di sé stessa, il suo grande amore era scomparso prima di lei, divorato dall'alcol. Rimangono però a ricordarceli i romanzi. Zelda era talmente entrata nell'anima di Francis che lui, nei suoi romanzi non poteva fare a meno di ritrarre nelle sue eroine lei, l'inarrestabile Zelda!
 
Già Zelda che di fronte ad un cronista sbigottito disse "Mi piacciono le eroine di mio marito, mi piacciono per il coraggio che hanno, perchè se ne infischiano di tutto e soprattutto perchè sono delle spendaccione!"
 
 




domenica 28 ottobre 2012

Per la Hollywood delle dive solo lei era “The Look”, lo sguardo: Lauren Bacall


 
 
Lauren Bacall è una delle mie attrici preferite.
 
Moglie di uno dei miti di Hollywood, Humphrey Bogart, lo sedusse durante la lavorazione del film “Acque del sud” dove interpretava con una buona dose di humor un’avventuriera spavalda ed insolente con gli uomini.

Lo irretì con una battuta di scena “Se hai bisogno di qualcosa non hai che da fischiare. Lo sai come si fa? Unisci le dita e poi fischi, così.” Nulla di che, ma era il modo in cui l’aveva pronunciata che fece capitolare Bogie; tono sicuro e leggermente beffardo, e il suo famoso sguardo in tralice che faceva sembrare i suoi occhi verdi più grandi e languidi.

 

Lauren, nata Betty da una famiglia originaria dell’Europa dell’Est, venne definita un incrocio tra Greta Garbo, Marlene Dietrich, e Mae West, e descritta come un’incendiaria seduttrice. Era in realtà una tranquilla ragazza che per non pesare sulla sua famiglia fece svariati lavori: dalla strillona per le riviste di teatro, a maschera per il cinema.

Insomma, questa ragazzona sarebbe piaciuta al Ministro Fornero: facendo tutti questi lavoretti per campare dimostrava di non essere choosy.
 

 

La ruota della fortuna gira per tutti, prima o poi, e così è stato anche per Lauren. La sua figura alta, snella, di un’eleganza naturale non sfugge agli occhi esperti di Diana Vreeland, primo mitico fashion editor, che la contatta e la piazza sulla copertina di Harper’s Bazar. Si aprono le porte del mondo della moda e Lauren, ancora Betty, inizia a sgambettare negli atelier della Settima strada di New York, posando anche per le copertine dei giornali della sua pigmaliona, la prima “Direttora” Vreeland ne predice una fulgida carriera.
 


 
Profetica Diana! Il regista Howard Hawcks è fulminato da una delle cover di Lauren e la impone per Acque del Sud, quella giovane modella dallo sguardo sfrontato lo ha tramortito, ma sul set, sarà il più esperto Bogie ad averla vinta, e a fare di questa diciannovenne dagli scintillanti e ironici occhi verdi, la sua compagna per la vita.

 

Il marchio di fabbrica di Lauren saranno proprio gli occhi, o meglio ancora lo sguardo vivido, che rivelava un’intelligenza acuta e sottile. Quando il cinema le volge le spalle, Lauren se ne infischia e calca le scene teatrali, ricevendo molti anni dopo, dalle mani di Walter Matthau il Tony, l’oscar per il teatro.

 La modella dallo sguardo di smeraldo e dalle lunghe gambe aveva dimostrato di avere anche talento da vendere.


 

Questa splendida attrice è stata per molti anni una fedelissima cliente di Christian Dior di cui rappresentava alla perfezione l’ideale femminile.

 

Labbra rosso fuoco e capelli che incorniciano il volto con l’immancabile onda se si vuole imitare Lauren, e poi trench corti e stretti in vita, abiti in satin e gonne lunghe e ovviamente un portamento da diva!

domenica 14 ottobre 2012

Donne volanti: Amelia Earhart e le donne aviatrici


Amelia Earhart e tutte le sue "sorelle volanti" hanno saputo portare la grazia e l'eleganza anche nell'azzurro dei cieli. Tenaci, indomite, abili quanto gli uomini, nel cui mondo hanno osato entrare

Qualche anno fa, il museo Baracca di Lugo di Romagna organizzò una mostra intitolata "L'altra metà del cielo. L'epopea delle donne pilota".
I curatori della mostra, gli studiosi di aeronautica Mauro Antonellini, Angelo Emiliani e Paolo Varriale hanno cercato di fare conoscere la vita e le imprese di un gruppo di donne, che sebbene diverse per estrazione sociale e Paese di appartenenza, furono tutte accumunate dalla passione per il volo e l'avventura.
Donne che non si fecero alcuna remora ad entrare a fare parte di un mondo che era dominato dagli uomini.

La più famosa è sicuramente Amelia Earhart, il cui nome suonerà familiare anche alle più giovani, in quanto nel 2009 la regista Mira Nair le dedicò l'omonimo biopic interpretato da Hilary Swank e Richard Gere.


Amelia, longilinea, bionda, dai lineamenti delicati è una crocerossina che alla divisa da infermiera preferisce la tuta da aviatore. Il futuro marito, l'editore George Palmer Putnam, ne intuisce lo spirito indomito e invece di relegarla al ruolo di moglie di rappresentanza la asseconda. Sarà grazie all'appoggio di George che Amelia riuscirà a diventare la prima donna ad attraversare l'Atlantico e la prima a compiere la trasvolata in solitaria.


Amelia è oramai per tutti Lady Lindy e George è al suo fianco.
George che è editore invita la mogliettina a narrare le sue avventure. Il libro intitolato "20 hours - 40 minutes" diventerà un best-seller. Il sodalizio negli affari tra George e Amelia si estende ben presto anche alla moda.
Amelia è bella e come ogni donna ha il suo pizzico di vanità che la spingerà a diventare disegnatrice di moda creando la mise di volo per le donne aviatrici: pantaloni morbidi corredati da cerniere e grosse tasche, e a cui Vogue darà ampio spazio con un servizio tutto dedicato a Lady Lindy.


Anche l'Italia ha avuto le sue coraggiose aviatrici.


Fiorenza De Bernardi è figlia d'arte.
Il padre pilota da caccia durante la Grande Guerra, è il vincitore della Coppa Schneider del 1926.
Fiorenza non gli è da meno! Diventa la prima pilota di linea in Italia, poi nel 1969, assunta da Airtirrena è il primo comandante donna e la prima donna in Italia con licenza di pilota di ghiacciai!

Aloisa Guarini Matteucci degli Angeli è una gloria del volo forlivese.

Come si intuisce dal cognome è di nobile lignaggio, contessa dal casato illustre in quanto la nonna, la marchesa Pepoli era figlia del Keiser.

Aloisa alle gonne preferisce i pantaloni, alla bicicletta per signorine, la moto da maschiaccio e ovviamente, il suo aereoplano.

Ammiratissima nelle gare di volo, non solo per la bravura, ma anche per la bella presenza.


Come si nota dalle foto, Amelia e le sue "sorelle volanti" sono state le prime ad inaugurare lo stile boyish, uno stile sensuale e androgino, che consiste nell'indossare capi del guardaroba maschile rendendoli iperfemminili con piccoli dettagli.
Il giubbotto in pelle rappresenta il pezzo centrale di tutto il guardaroba della perfetta aviatrice, largo spazio a dolcevita dal collo alto e camicie dal taglio maschile. Cintura in pelle sempre ben in vista su pantaloni che possono essere attillati, perfetti da indossare con un paio di stivali, oppure a palazzo ( i preferiti da Amelia) da indissare con un paio di stringate.

lunedì 10 settembre 2012

Charlotte Rampling, uno sguardo sull'ambiguità


E' stata la risposta anglosassone allo sguardo yankee di Laureen Bacall.
Charlotte Rampling, figlia di un colonnello dell'esercito inglese, divenuto poi uno dei comandanti della NATO, e di una pittrice ha ammaliato uomini e donne con i suoi occhi dal colore indefinito, talvolta grigi, altre volte azzurri fino a declinare in un verde acqua marina.
Se per Fellini i critici coniarono l'aggettivo felliniano, per Charlotte, il critico inglese Barry Norman creò il verbo "to rample" per indicare la capacità dell'attrice di ipnotizzare gli uomini con uno sguardo che era al tempo stesso magnetico, ambiguo ed erotico.


E' stata la ragazza simbolo della Swinging London nel film destinato a divenire il manifesto di un'epoca: The Knack..and How to get it di Richard Lester, vincitore della palma d'oro al Festival di Cannes.
Sensuale e disnibita, Charlotte arriva alla corte di Luchino Visconti che le affida il ruolo di Elisabeth Thallman nel film capolavoro "La caduta degli Dei".
Nonostante il personaggio che deve interpretare abbia il doppio dei suoi anni, Charlotte regge bene la scena e si impone come ottima interprete, ma sarà la regista Liliana Cavani che la trasformerà in una  moderna Salomè, in uno dei film italiani più scandalosi per la storia del cinema: Il portiere di notte, a creare il mito dell'attrice dagli occhi di ghiaccio e dalle pericolose conseguenze.


Nell'immaginario collettivo Charlotte rimane Lucia che sfugge allo sterminio nazista perchè intreccia con un ufficiale tedesco una relazione a forti tinte sadomasochiste.

La scena che la consegna alla storia è quella dove canta "Wenn Ich Mir Was Wunschen Durfte" a seno nudo, con la divisa nazista, guanti lunghi e il cappello delle SS munito di mascherina di carnevale.
Il personaggio di Lucia diventerà il prototipo di tutte le mistress e dominatrici varie, da ultima la catwoman de Il cavaliere oscuro.
Charlotte Rampling, come Laureen Bacall fece anni prima, è riuscita a fare della glacialità e del suo sguardo conturbante l'arma del suo straordinario fascino.
Charlotte non è quella che io definirei un'attrice solare e fisica, ma piuttosto una donna enigmatica che ha intelligentemente basato la sua carriera sul fascino piuttosto che sulla sola bellezza.

lunedì 9 luglio 2012

Lady Almina e la maledazione di Tutankhamon


Lady Almina

La serie televisiva Downton Abbey dopo avere conquistato i sudditi di sua maestà britannica Elisabetta II, e avere spopolato anche nelle "ex colonie", ovvero gli Stati Uniti, con minore eco, è giunta in Italia, dove è stata trasmessa da Retequattro.

La serie è ambientata a Downton Abbey, un bellissimo castello dello Yorkshire di proprietà del conte e della contessa di Grantham e segue la vita dei suoi aristocratici proprietari e dei loro dipendenti all'inizio del regno di Giorgio V. La prima serie si estende nei due anni precedenti alla Grande Guerra, la seconda serie comprende gli anni che vanno dal 1916 al 1918. Confermata la messa in produzione della terza serie, per la gioia di tutti i fan.



La tenuta di Highclare Castle

Nella realtà, la location di Downton Abbey è Highclare Castle nello Hampshire, di proprietà di Lord e Lady Carnarvon.
Il castello, che sorge sul sito di un precedente palazzo medioevale che appartenne ai vescovi di Winchester, è immerso in un parco di quasi 1.000 ettari, ed è un tipico esempio di architettura vittoriana.
Lord e Lady Fiona Carnarvon con un raro senso degli affari, mutuato probabilmente dai geni degli arrivisti antenati americani, riescono a garantire le spese di manutenzione, che si aggirano sugli 11 milioni di sterline, non solo con visite turistiche alla tenuta, ma ora, facendo della loro dimora il set della serie televisa britannica più premiata e di successo degli ultimi anni.




La storia dei veri proprietari di Highclare Castle è però probabilmente, molto più avvincente di quella raccontata dagli sceneggiatori di Downton Abbey; e se ai più il nome dei Conti di Carnarvon non dice nulla, gli appassionati di storia e archeologia sanno che a loro si deve la scoperta di uno dei più importanti ritrovamenti archeologici del mondo: la scoperta della tomba di Tutankhamon.


Lady Almina, finalmente 5° Contessa di Carnarvon

I soldi per il finanziamento della spedizione di Carter provenivano dalla cospicua dote di Almina Wombwell, ricca ereditiera americana, che andò in sposa allo squattrinato ma altamente aristocratico 5° conte di Carnarvon George Edward Stanhope Molyneux Herbert.
Verso la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento, i matrimoni tra nobili europei con le pezze al sedere, ma di antico lignaggio, e graziose e sane ragazzotte americane piene di soldi era diventata una costante nella società. Entrambe raggiungevano il loro scopo: i primi, fare cassa per potere perpetuare il loro stile di vita dispendioso, le seconde, abbandonare la borghesia nella quale erano nate per divenire contesse, duchesse, marchese e innalzarsi così sulle vette della nobiltà. I ricchi americani hanno sempre desiderato essere una famiglia che ha "una storia" e con spirito altamente pragmatico, questa storia se la compravano.
Si, erano ancora lontani i tempi in cui gli sprezzanti Kennedy si sarebbero sentiti la famiglia reale americana, senza avere un goccio di sangue blu, e avrebbero guardato nobili e non nobili con il disprezzo di chi sa di fare parte di una famiglia eletta e invidiata dagli dei.



Almina, era la figlia illegittima di Alfred de Rothshild, che pur non riconoscendo mai la sua paternità, non abbandonò la figlia al suo destino, anzi, le assicurò la migliore educazione, i vestiti più belli, la introdusse a corte e orchestrò il tutto da abile direttore, in modo da assicurare ad Almina una sicura posizione sociale che ebbe il suo culmine con la visita del principe di Galles alla giovane sposa del Conte di Carnarvon.
Con questa visita, Almina riceveva l'investitura ufficiale e entrava di diritto e ben accetta nel mondo scintillante e ipocrita dell'aristocrazia europea.
Ma il suo nome si sarebbe ben presto legato a quello di un giovane principe dell'oriente.


George Herbet Conte di Carnarvon


George Herbert aveva una viscerale passione per l'Egitto, dove si recò più volte per effettuare campagne di scavo per arricchire la propria collezione, qui incontrò l'archeologo Howard Carter. Divennero ben presto grandi amici, e iniziò un sodalizio che portò, grazie ai soldi di Almina a una campagna di scavi durata più di cinque anni, e che culminò con la scoperta della tomba di Tut ancora inviolata!

Violare una tomba porta male, soprattutto se è la stampa scandalistica ad impossessarsi della vicenda e ad alimentarla. George Herbert muore di una malattia fulminante  e misteriosa (si dice che fosse punto da un insetto) e questo segna l'inizio della "maledizione di Tutankhamon".
In realtà, sia Howard Carter, sia Almina, sono morti di vecchiaia, ma vuoi mettere? è così chic affermare che entrambe i tuoi bisnonni sono stati colpiti da una maledizione.